Cari lettori, oggi vorrei invitarvi ad ascoltare l’ultimo lavoro musicale di Roberto Diorci “Pleasure is the Beginning and the End of a Happy Life”, ma ci tengo a premettere che quando si incontra un’opera di siffatta natura, è necessario abbandonare i freddi inventari della tassonomia musicale, perchè c’è un’intrinseca volgarità nel tentare di costringere questo lavoro entro le secche di un mero catalogo di generi. Dire che in queste tracce alberghino il Britpop o lo slacker rock, lo shoegaze o il new folk, non sarebbe un errore di calcolo ma un errore di postura intellettuale. Diorci non somma; egli trasmuta. La sua non è un’operazione eclettica, bensì un’alchimia della sensibilità, dove gli stili musicali non vengono indossati come abiti di scena, ma sacrificati sull’altare di un’unica, aristocratica urgenza emotiva. Il genere, in questo disco, cessa di essere un’identità stabile per farsi rifrazione: una superficie mutevole su cui la medesima luce interiore si scompone. L’ingresso nell’opera non concede il lusso di un preludio. Il disco si svela già febbrile, acceso da una immediatezza melodica che in "Doesn’t It Seem Incredible" sposa l’energia twee e britpop, svelando però, sottopelle, una sottile, elegante instabilità. È un fulgore che un attimo dopo, con il passo ossessivo e crepuscolare di "End of Daylight", si tinge di sfumature post- punk. Diorci dichiara così la sua prima, parodistica legge: non c’è un porto sicuro da cui salpare, l’atmosfera è un’onda in perenne divenire. Il vero fulcro lirico si manifesta tuttavia nei momenti di più alta sottrazione, laddove il suono si fa rarefatto e quasi spettrale. In "Ghosts That Keep the Score", un art pop venato di distopie folk sospende il tempo, preparando l’ascoltatore al mirabile paradosso di "Aphorisms". Qui la cifra stilistica si fa ironica, pungente: il testo fustiga con aristocratico sarcasmo la finta profondità della contemporaneità e il vuoto simulacro delle citazioni colte. Eppure, con un coup de théâtre squisitamente psicologico, la satira decade in un disagio identitario vertiginoso, sigillato da quel mantra “I’m really in a bad way”" che risuona come una confessione sussurrata dietro una maschera d’arguzia. Il percorso prosegue per via di levare. "Something Always Remains" si offre come un gioiello di nudità espressiva, un dialogo tra voce maschile e femminile che purifica il suono da ogni artificio per lasciar emergere solo ciò che resiste al naufragio del tempo. È una poetica della memoria che trova la sua ideale prosecuzione nelle dilatazioni post-rock di "The Last Time We Were Kids": qui l’infanzia non è rievocata con stucchevole nostalgia, ma come un cono d'ombra, un paesaggio instabile e frammentario da cui sorge l’interrogativo più nudo: “What do we do when the morning comes?” Il vertice speculativo dell’album si tocca indubbiamente in "Prisms Cannot Be Explained: They Refract". La trama sonora si fa ipnotica, quasi un minimalismo slacker che rinuncia alla pretesa della spiegazione logica. È l’elogio del mistero: l’assoluto non si spiega, si osserva unicamente nel riverbero dei suoi effetti. La title-track posta in chiusura suggella l’opera intrecciando shoegaze e accenti twee in un’apoteosi luminosa quanto fragile. Nel contrappunto delle due voci che si interrogano “Are you happy?” la risposta epicurea che dà il titolo al disco non viene esibita come un dogma, bensì come un’elegante zattera concettuale per navigare l’incertezza. "Pleasure is the Beginning and the End of a Happy Life" non è un album per orecchi distratti, né per amanti delle facili definizioni. È un invito a vivere l'identità come un processo in movimento, una partitura filosofica travestita da canzoni pop. Un’opera di seducente intelligenza che rapisce l'anima e l'intelletto, e che chiede solo di essere vissuta, traccia dopo traccia, come la più nobile delle rifrazioni emotive. Non ascoltarlo significherebbe privarsi di uno dei più lucidi specchi del nostro sentire contemporaneo.
Shikanu'