lunedì 16 febbraio 2026

Marco Vigo

Conosciamo da vicino l'artista Marco Vigo

 Marco Vigo - Grotta marina 80x100


Prima di parlare di questo artista è doverosa una premessa: 

nel mio percorso di curatrice d'arte mi sono trovata dinanzi alla responsabilità etica della selezione, un compito che impone  decisioni difficili.

Molti avevano erroneamente ipotizzato che la mia inclinazione verso il simbolismo figurativo avrebbe precluso l'accesso ad artisti di matrice astratta.

Tuttavia la mia selezione ha smentito tali pregiudizi, dimostrando che il mio criterio non risiede nell'affinità stilistica, ma nella coerenza interna dell'opera e nella sua capacità di generare significato da un significante che non necessariamente deve coincidere a prima vista.

La discriminante non è il gusto soggettivo, la simpatia stilistica se non addirittura personale, bensì l'autenticità della ricerca e la forza del linguaggio visivo, ossia quel valore che colgo capace di trascendere le categorie di appartenenza per parlare un linguaggio universale.

Spesso, più di quanto si creda, ho selezionato il linguaggio astratto laddove ho riscontrato una necessità poetica e una solidità concettuale ineludibili, ossia la capacità dell'artista di abitare lo spazio della tela con onestà,  indipendentemente dalla corrente di riferimento.

Ed ora vi dirò con la stessa onestà intellettuale perché oggi ho deciso di parlare di Marco Vigo, tralasciando le informazioni biografiche che in  questo contesto non mi competono e che nulla cambierebbe sulla percezione della sua opera.

La prima volta che mi sono imbattuta in una sua opera ho percepito la sensazione di trovarmi davanti a un paesaggio primordiale, un grembo, una visione sottomarina, con due zone cromatiche prevalenti.

Nella parte inferiore un blu profondo, azzurro e bianco freddo, con addensamenti verticali e sfumature che mai si presentano come un pugno sull'occhio, dando l'idea di acqua che scorre, vapore o ghiaccio che si scioglie.

Appena spostato in basso un ammasso più scuro sembra ancorare alla sezione aurea l'intera composizione.

Nella parte superiore i colori virano verso il beige, l'ocra e le terre bruciate, come una terra emersa, una scogliera e forse anche delle nuvole cariche di polvere.

Il punto focale è una sorta di strappo o meglio di esplosione centrale dove il blu del basso incontra le terre della parte alta.

Qui in questo spazio emergono schizzi e trame più materiche che appaiono come detriti sospesi, quasi rocce.

In tutto questo emergono segni bianchi brillanti che ricordano la schiuma del mare che si infrange, oppure come luce improvvisa che filtra attraverso la nebbia.

Queste sensazioni di paesaggi che non sono paesaggi ma li evocano nell'immaginario del fruitore, creano un'atmosfera generale di grande dinamismo.

Non ci sono linee nette, tutto è sfumato, oserei dire sporco, ma non disordinato è uno sporco "artistico" molto materico.

Per dirla in un altro modo è come se si guardasse dentro un abisso o attraverso una vetrata bagnata dalla pioggia.

Le opere di Marco Vigo mi ricordano i fenomeni naturali non controllati, come le erosioni, il ghiaccio che si rompe o una tempesta  che ti offusca la visione ma tu vedi che dietro c'è qualcosa. Comunicano una sensazione di malinconia profonda  che è avvolta da una forza vitale molto potente


Ecco a voi le domande che ho rivolto a Marco Vigo e le sue esaurienti risposte:


1.Il primo segno: quando ti trovi davanti a una tela bianca, qual è il tuo primo impulso? Un colore, un movimento del braccio o una emozione specifica?

Prima di stendere il colore di fondo, “preparo” la tela con due o più stesure di gesso liquido misto ad acrilico grigio scuro dopodiché procedo con una stesura con colore scuro, solitamente misto blu di Prussia e terra d’ombra, è solo allora che procedo con la spatola senza un preciso riferimento formale prima mimando istintivamente il gesto di stendere il colore.

2.Il silenzio e il rumore:lavori in totale silenzio o hai bisogno di musica? In che modo l'ambiente sonoro influenza il ritmo delle tue pennellate?

La musica è una componente fondamentale nel mio lavoro, essa mi predispone

mentalmente all’atto creativo; la scelta musicale spazia dalla classica, soprattutto sinfonie

all’ elettronica sperimentale, raramente e solo verso le fasi conclusive del lavoro ascolto

musica più vicina a ritmi rockeggianti.

Gli autori nei quali trovo maggior stimolo ispirativo sono Sibelius, Rachmaninov, Dvořák.

3. Il momento del "distacco": Come capisci che un'opera istintiva è finita? C’è un segnale fisico o emotivo che ti dice di fermarti prima di "sporcare" l’istinto con la ragione?

La conclusione di un’opera non è mai decisiva, scontata, definitiva, a volte anche a distanza

di giorni o mesi mi succede di apportare modifiche che comportano rilevanti cambiamenti

frutto di esperienze e sperimentazioni successive.

Non credo in un’arte “puramente istintiva”, alla gestualità dell’Action Painting per

intenderci, questa, per quanto mi riguarda resta un momento comunque importante

dell’aspetto creativo, si definisce attraverso l’interiorizzazione del soggetto trattato e

precede la fase che chiamo dell’armonia, quella in cui la spontaneità del gesto viene

sostenuta dall’equilibrio formale e cromatico.

4. L'errore non esiste: Nell'arte astratta istintiva, esiste il concetto di "errore"? Se un segno non ti convince, cerchi di correggerlo o lo integri come parte del processo?

Nell’arte informale, con reminiscenze figurative o tratti simbolico espressivi, il concetto di

errore non può trovare spazio se non in ciò di cui sopra, nell’aspetto compositivo, nella

mancanza di armonia e quindi di bellezza, più che di correzione parlerei di integrazione.

5. Corpo e tela: La tua pittura sembra molto fisica. Quanto conta il movimento del corpo rispetto alla precisione della mano?

La fisicità della mia pittura è molto presente nella fase iniziale, nella “bozza” come amo

definirla cioè l’atto della stesura tramite la spatola, spesso di dimensioni notevoli, del bianco

dato molto generosamente su un fondo ancora fresco così da creare un amalgama molto

stimolante per le fasi successive; a tale riguardo faccio presente che tra la preparazione

iniziale della tela e la fine del lavoro impiego circa due mesi dati i tempi lunghi di

asciugatura dell’olio di lino.

6. La scelta dei materiali: Scegli i colori e i pennelli in anticipo o lasci che sia il momento a guidarti verso un barattolo piuttosto che un altro?

All’inizio procedo “improvvisando” con l’uso della spatola, del pennello o di altri mezzi,

solo nella fase successiva seguo un metodo più accademico improntato a velature e ritocchi

vari.

7.Lo stato di "trance": Molti artisti descrivono una perdita della cognizione del tempo mentre dipingono. Ti capita mai di guardare un'opera finita e non ricordare esattamente come l’hai realizzata?

Mi capita spesso di non riuscire a ripercorrere mentalmente tutte le fasi della realizzazione di un dipinto ma una sensazione che vivo spesso e molto intensa è quella di non sentirmi, a opera finita, il vero autore, come se determinate scelte cromatiche e formali avessero eluso la mia coscienza e ne prendessi atto solo a processo ultimato, una sorta di jamais vu.

8. Emozioni scomode:è più facile creare quando sei in pace con te stesso o quando provi rabbia e conflitto?

La mia lunga esperienza pittorica è avvenuta in mille stati d’animo diversi e credo che proprio attraverso quelli più difficili, tormentati e sofferti sia avvenuta la mia maturazione più significativa; la passione per il colore a olio nasce da bambino quando guardavo mio fratello maggiore che purtroppo oggi non è più tra noi,dipingere su tavole di compensato, la magia della creazione tramite il colore di soggetti che alla mia vista si animano di vita propria, l’odore dell’olio di lino, il silenzio interrotto dal quasi impercettibile fruscio del pennello sulla tavoletta sono stati decisivi, più degli studi successivi, compreso il liceo artistico durante il quale non mi è stata data l’occasione di cimentarmi in tale tecnica.

9. Il titolo dell'opera: I titoli dei tuoi quadri nascono prima, durante o dopo la creazione? Servono a guidare lo spettatore o sono solo un’etichetta necessaria?

 Il titolo dell’opere è un argomento abbastanza complesso, la sua funzione dovrebbe essere

quella di aiutare il fruitore a identificare, contestualizzare, personalizzare, il soggetto ma anche a decontestualizzare, provocare, interrogare… insomma anche il titolo ha spesso una

funzione che travalica la sua stessa definizione; per quanto mi riguarda è l’opera finita che

mi ispira il titolo, altre volte lo delego a un amico artista e letterato di cui ho un’immensa

stima, il Prof. Nino Cannella.

10. L'interpretazione altrui: Cosa provi quando qualcuno vede nel tuo quadro qualcosa di completamente diverso da ciò che sentivi tu mentre lo creavi? Ti senti compreso o tradito?

Anni fa, agli esordi di una pittura tendenzialmente informale, chiesi un parere a Ermanno

Leinardi, un artista che non ha bisogno di presentazioni, il suo parere e i suoi consigli li

porto ancora oggi scolpiti nella memoria e tra essi vi fu quello di tenere conto solo del

parere delle persone che stimi, credo di aver fatto tesoro di quanto mi fu detto.

E’ naturale che ognuno valuti l’opera in base alla propria sensibilità, alle proprie emozioni,

io posso solo prenderne atto e trarre insegnamento anche da osservazioni critiche o

negative, è pur sempre un’opportunità di crescita.

11. L'astrazione come linguaggio: Perché l'astrazione riesce a comunicare meglio della figurazione per te? Cosa non si può dire con le immagini del mondo reale?

Non definirei il mio linguaggio pittorico astratto, direi più a tratti informale ma spesso

espressionista.

Partendo dal presupposto che anche l’immagine più realistica in pittura è comunque una

finzione, un netto spartiacque tra il figurativo e il non figurativo è poco definibile, a tratti

quasi impercettibile, si pensi al simbolismo, al surrealismo o l'esasperato espressionismo

di Nolde ma anche ad artisti quali Kiefer o Richter, pertanto credo che la comunicazione e

l’espressione in arte sia tanto più efficace quanto più l’artista opera con la massima

spontaneità, sincerità e amore per il soggetto rappresentato e soprattutto quanto più libero

da condizionamenti commerciali.

12. Le influenze invisibili: Anche se non ritrai oggetti reali, quanto la natura o l'architettura urbana influenzano inconsciamente le tue forme?

In realtà il mio lavoro verte sulla realtà più di quanto appaia anche se a prima vista non è

evidente; il mare, le rocce, gli anfratti, la luce a volte accecante non fanno riferimento

diretto a un soggetto reale ma rappresentano la trasposizione sulla tela

dell’interiorizzazione dell’ambiente che mi circonda, questo succede quando si vive

costantemente a contatto con elementi naturali in tutte le loro mutevoli espressioni date dal

movimento, dalla luce o dall’oscurità.

Sono stato a volte criticato negativamente sulla scelta dei soggetti e sulla loro ripetitività e

ho sempre evidenziato come si possa dipingere gli stessi soggetti facendo quadri diversi e

viceversa dipingere soggetti diversi ripetendo stucchevolmente lo stesso cliché.

13. L'evoluzione del caos: Guardando le tue opere di dieci anni fa, riesci a leggere un'evoluzione nel tuo istinto? È diventato più calmo o più turbolento?

Guardando i lavori di dieci o più anni fa trovo un evidente cambiamento nelle tonalità

cromatiche ma soprattutto nell’uso della spatola oggi predominante.

La spatola, soprattutto di grandi dimensioni offre possibilità espressive molto interessanti

ma ho dovuto sperimentarla per anni prima di arrivare a una sufficiente padronanza.

Un altro cambiamento, riferito alle cromie, è l’intensificarsi del terra di Siena, dei verdi

tendenti al blu e di una combinazione che adoro, il terra d’ombra e il blu di Prussia.

Si, credo che ci sia stata un’evoluzione, probabilmente data dal mio atteggiamento mentale

oggi più meditativo, in questo credo mi sia d’aiuto la quotidiana meditazione

14. Il mercato e l'autenticità: Come riesci a mantenere l’istinto puro se devi dare al tuo lavoro  un valore di mercato e come  ti poni con le aspettative di chi compra?

Rispetto al mercato, alle possibilità di vendita non mi sono mai posto il problema e spero di

non dovermelo mai porre, tornando a quanto detto, credo che uno dei presupposti

fondamentali del fare arte sia la libertà insieme alla spontaneità, alla sincerità e all’amore

per il soggetto, qualità difficilmente compatibili col “mercato dell’arte”.

​15. L'Eredità del segno: Se un domani dovessi smettere di usare i colori, quale altro mezzo useresti per esprimere la stessa urgenza interiore?

Ho sempre amato il disegno, non ho mai preso in considerazione un’altra forma espressiva,

da bambino ho amato molto anche la musica grazie a un’ottima insegnante avuta alle

scuole medie, potrei dedicarmi allo studio di uno strumento musicale.



Dopo questo piacevole dialogo con Marco Vigo, sento rafforzata l'idea che mi ero fatta di lui dalla sola osservazione delle sue opere:

Nel panorama artistico attuale, dove spesso il concetto di arte abdica in favore dello spettacolo, l’opera di Marco Vigo si pone come un baluardo di onestà intellettuale e rigore formale. La sua pittura non è una semplice fuga nell'astrazione, ma un’indagine profonda su quella "soglia" dove il mondo fenomenico si dissolve per farsi emozione pura.

Vigo rifiuta l’etichetta di "astratto" tout court, preferendo definirsi un "espressionista informale".

Questa distinzione è fondamentale per comprendere la sua estetica: i suoi quadri non sono assenze, ma presenze dense. L'osservatore, come ho detto in premessa, si trova dinanzi a paesaggi primordiali, visioni sottomarine o squarci di scogliere che non descrivono un luogo geografico, ma un luogo dell'anima.

L’artista abita la tela attraverso un contrasto cromatico magistrale:

le Profondità, i Blu di Prussia e le Terre d'Ombra creano una base ancestrale, un "grembo" cromatico che ancora l'opera a una gravità terrena.

La Luce e l'esplosione, gli squarci di bianco brillante e le terre bruciate nella parte superiore agiscono come una catarsi, un punto di rottura dove la materia sembra ribellarsi alla sua stessa densità.

Un aspetto che eleva il lavoro di Vigo è la sua metodologia quasi liturgica. 

Non c'è spazio per l'improvvisazione estemporanea fine a se stessa. L’uso della spatola di grandi dimensioni impone un corpo a corpo con il supporto, una fisicità che però viene mediata da tempi di asciugatura lunghissimi.

Questo tempo obbligato trasforma l'urgenza dell'istinto in una meditazione stratificata. L'opera non è un urlo, ma un respiro profondo e prolungato.

Influenzato dalle architetture sonore di Sibelius e Rachmaninov, Vigo traduce la musica in spessore materico. Le sue opere ricordano i fenomeni naturali non controllati, trasmettendo quella malinconia potente che nasce dalla consapevolezza della nostra piccolezza di fronte all'infinito naturale.

Marco Vigo appartiene a quella rara categoria di artisti che non cercano il consenso del mercato, ma la verità del segno. La sua pittura è "sporca" di vita e di terra, ma governata da un’armonia superiore che trascende il disordine. In un’epoca di immagini volatili, i suoi quadri restano come frammenti di roccia: solidi, enigmatici e profondamente umani.


Antonella Meloni Corsini ( in arte Shikanu')












​​​












Marco Vigo Riflessi in un teatro di tela cm 80 x 100





























Marco Vigo - Serafico serale 70x100







mercoledì 19 giugno 2024

CASSANDRE INASCOLTATE
















Cassandre inascoltate

Hai visto
la rovina dell’altrui certezza
prima che si patisse
il rombo sotto i piedi.
Tu bocca, cucita,
come farai a gridare
la soluzione che hai intravista
con l’occhio della preveggenza
senza lacerarti tutta?
Hai visto
meteoriti del potere
bucarci tasche e sogni
ed hai gridato,
perché tutti si fuggisse,
all' illusione dei mercanti in fiera
ma, della gola, s’è perduto il fiato
lasciando vergini le corde da vibrare.
Hai visto,
senza mai guardare,
anfratti su tempeste dentro
e noi
non fuggiremo  ad  esse
perché non hai parole
ad indicarci come.


Shikanu’

Angelo Caduto

Angelo caduto

Ho ali spezzate di angelo caduto

oggi Shika non vola

senza ascoltare senza un aiuto

oggi Shika sta sola

lastre di ghiaccio perse nel cielo

così io mi sento

sbattuta come di fiore uno stelo

sconvolto dal vento

Shikanu'

La luna e gli artisti


Chiaro di luna

Che chiaro di luna, dicevano a volte
quando nulla c'era da mangiare e
a fatica si tentava la vita cercandola
fra luci diverse e fasulle
speranza incerta di giorni di luce e pace

che chiaro di luna, che alcuni più guardano
neppure bambini svezzati a giochi crudeli
abituarsi all'ignobile farsa che la vita può darti

che chiaro di luna, amore, ch'ancora oggi noi
di fortuna vediamo, sopraffatti da tempi feroci
alzando lo sguardo ci appare splendore sugli occhi

e traspare, malgrado gli inganni e il fuoco nemico
che spezza  o distrugge, ci lega scavalcando
i tempi e lo spazio

che chiaro di luna, amore,
lontani e uniti guardandola insieme
alla luce che sviene, a quella che arriva con te.

da "Rosso" di Beppe Costa


 "L'unica certezza" disegno gesso e fusaggine su carta Bristol  di Shikanu'


L'arte informale di Francesco Dau

Se è vero che l’arte informale nasce per dare senso al gesto dell’artista più che all'arte, intesa secondo i canoni classici, se è vero che la scelta del gesto e dei materiali diventa più importante della forma in se stessa, allora Francesco Dau può definirsi a tutti gli effetti un grande artista favorendo la materializzazione delle sue emozioni attraverso una esplosione di colori imprigionati da resine trasparenti in quanto riesce a farci percepire il suo entusiasmo nell'esprimere se stesso senza limitazione alcuna, senza regole imposte da scuole o tradizioni, senza vincoli di pensiero o di stile che possano inibire il libero fluire delle emozioni. L’arte di Dau ci fa entrare in un mondo visionario, dove la ricerca della perfezione cromatica attinge dall’anima e di questa si nutre.
Dove altri, io per prima, cercano con la forma e il significato, Dau  trova nell’oblio di sé e nel rifiuto di ogni condizionamento relativo e in questo sta la sua grandezza.
Rifiutando la plastica della figura, con i possibili agganci al mondo reale, l’artista percorre il sentiero dell’informale, abbandonandosi alla voce della propria coscienza pur mantenendo una coerenza di stile quello appunto inconfondibile che gli è proprio.

Shikanu’

Opera di Francesco Dau

rinnovati intenti......

Resta viva un'opera d'arte quando è in grado di comunicare nel tempo oltre l'intenzione iniziale che la mise in essere.
Mi carico il cuore adesso di una bellissima poesia di Claudio Moica, il poeta che canta il "fuoco" nella raccolta " La solitudine degli elementi" e non posso non vedere quanto ci sia nelle sue parole di me che ho dipinto " ...e la terra sogghigna " con diversi intenti espressivi diversi anni fa, ma leggere Moica rinnova i miei intenti, come una che ha sempre guardato la terra  dall'angolazione della sua statura e improvvisamente può guardarla da un'altra angolazione.

Solo un soldo

Ho coltivato una voce muta
pianto disteso sotto il ciliegio
e un'eclisse di voli alti
riflessa tra cave di pietre.

Controllo il respiro spento
decompongo i sassi sparsi
accarezzo le fredde rotondità
mentre perdo i ricordi.

Eri nel fiume asciutto
trattenuta negli argini dei desideri
come passaggio di barche solitarie
nelle nebbie dei giorni persi.

Come bufera senza vento
hai rovesciato il mare silenzioso
senza curarti del cielo
senza cancellare le orme dei corvi.

Un tempo sarò albero spoglio
senza rami protesi come artigli
protetto da querce dimenticate
e mura sbucciate di vita tardiva.

Getta una moneta nel cappello
un soldo al buffone di corte
niente applausi, niente spettatori
solo urla nel deserto della paura.

Claudio Moica

























IL PUZZLE


















Quando interagiamo con gli altri
diamo di noi parti importanti.
Sta a chi ci ama ricomporre
la nostra autentica essenza
ricomponendo i pezzi del nostro enigma.
Tuttavia ciascuno di noi ha spine dolorose personali
che spesso impediscono di concederci totalmente.
Nessuno così potrà risolvere il puzzle,
spesso a danno di noi stessi.

Shikanu'

















olio su tela 50X70 Spargimi di te
ispirata dalla poesia di Claudio Moica che lo ha  scelto come immagine di copertina del suo libro dallo stesso titolo

Saper guardare e saper vedere non sono la stessa cosa

Ho provato pochi giorni fa a fare una piccola ricerca, fra le persone che ho incontrato, per vedere in quanti fossero al corrente della differenza che passa fra il significato delle parole " guardare" e "vedere" e sono arrivata alla conclusione che in tanti credono, erroneamente, che il significato sia  lo stesso, mentre altri ne invertono l'attribuzione.
Guardare significa indirizzare lo sguardo in una direzione senza essere necessariamente in grado di notare quello che rientra nella visuale. Vedere, invece, significa notare qualcosa di preciso nella visuale del proprio sguardo.
Vedere, così come osservare, significa focalizzare lo sguardo su qualcosa, notare e vedere in dettaglio una determinata cosa.
Guardare, quindi, è la funzione  passiva dell'occhio, vedere  è la funzione attiva.
Un artista che non ha la capacità di vedere difficilmente sarà capace di trasmettere l'onda emotiva che ha suscitato in lui l'incontro con qualcosa che ha attraversato il suo sguardo.
Le cose, non sono solo fatte di massa e materia, sono fatte anche di luci, di forme e di ombre mutevoli ad ogni alito di vento, ad ogni vicinanza con altre cose, ad ogni passaggio di nubi e tante altre varianti che non intendo elencare qui ed ora.
Quello che voglio dire qui, invece, è che questa capacità di posare lo sguardo in modo attivo è più che evidente se si osservano le "Agavi" di Stefano Masili.
Non c'è ossessività nelle sue opere allo stesso modo di come non c'è ossessività in natura.
Nessuna pianta di Agave è uguale a un'altra così come nessun volto umano è uguale a un altro.
Quello che colpisce delle sue opere dedicate a questa nobilissima pianta è la capacità dell'artista di vedere  la luce che di volta in volta su essa si posa dando vita a contrasti mozzafiato; di vedere la drammaticità delle foglie caduche marcescenti in contrapposizione con le nuove germinazioni, come a sottolineare la ciclicità incessante della vita e della morte; la capacità di vedere che il verde delle "Agavi" sa farsi turchese e che le sue punte sanno incurvarsi fino a evocare gli artigli di un rapace feroce avvinghiato alla roccia o emulare dita di mani protese al cielo; la capacità di vedere le texture che la natura disegna intrecciando  grovigli dal fascino misterioso.
Stefano Masili sa vedere questa danza della natura e la trasporta nelle sue opere perché anche altri imparino a vedere oltre lo sguardo fra le cose solo apparentemente banali e lo fa con una tecnica tutta sua, frutto di anni di ricerca dove i colori e i supporti aggiungono allo spettacolo naturale altra materia del tutto nuova per le agavi che si fanno così ruvide e impenetrabili come gli affreschi.
Se grandi poeti come Bartolo Cataffi, Primo Levi e Federico Garcia Lorca hanno cantato questa pianta, evidentemente ha qualcosa di emozionante per chi non si limita a guardare e allora mi
 piace immaginare Eugenio Montale che in quel mondo dove è voluto andare ( come direbbe Beppe Costa ) non si dispiace affatto se io adesso dedico a Stefano Masili un estratto da una delle sue più belle poesie.

L'agave su lo scoglio

Scirocco

O rabido ventare di scirocco
che l’arsiccio terreno gialloverde
bruci;
e su nel cielo pieno
di smorte luci
trapassa qualche biocco
di nuvola, e si perde.
Ore perplesse, brividi
d’una vita che fugge
come acqua tra le dita;
inafferrati eventi,
luci-ombre, commovimenti
delle cose malferme della terra;
oh alide ali dell’aria
ora son io l’agave che s’abbarbica al crepaccio
dello scoglio
e sfugge al mare da le braccia d’alghe
che spalanca ampie gole e abbranca rocce;
e nel fermento
d’ogni essenza, coi miei racchiusi bocci
che non sanno più esplodere oggi sento
la mia immobilità come un tormento.
(da Eugenio Montale, Ossi di seppia; Meriggi e ombre)

shardana



Shardana, una delle canzoni tratte dall'album "Credimi" di Capitano, album che nasce dalla collaborazione fra il compositore e l'autrice-pittrice Shikanu' che ha tradotto in versi ciò che Capitano intendeva comunicare con la musica, la trovate seguendo il link sotto
https://youtu.be/9sGp6sdLMdc?si=fqnP0KapZL861E2h

Spargimi di te

























Edita dalla Pettirosso Editore, con  prefazione di Salvatore Contessini e postfazione di Shikanu' che ha realizzato anche l'immagine di copertina, esce la nuova raccolta di poesie, dedicate alla donna, dello scrittore Claudio Moica












Vincitore di diversi premi letterari
Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana per meriti socio-culturali.