Conosciamo da vicino l'artista Marco Vigo
Marco Vigo - Grotta marina 80x100
Prima di parlare di questo artista è doverosa una premessa:
nel mio percorso di curatrice d'arte mi sono trovata dinanzi alla responsabilità etica della selezione, un compito che impone decisioni difficili.
Molti avevano erroneamente ipotizzato che la mia inclinazione verso il simbolismo figurativo avrebbe precluso l'accesso ad artisti di matrice astratta.
Tuttavia la mia selezione ha smentito tali pregiudizi, dimostrando che il mio criterio non risiede nell'affinità stilistica, ma nella coerenza interna dell'opera e nella sua capacità di generare significato da un significante che non necessariamente deve coincidere a prima vista.
La discriminante non è il gusto soggettivo, la simpatia stilistica se non addirittura personale, bensì l'autenticità della ricerca e la forza del linguaggio visivo, ossia quel valore che colgo capace di trascendere le categorie di appartenenza per parlare un linguaggio universale.
Spesso, più di quanto si creda, ho selezionato il linguaggio astratto laddove ho riscontrato una necessità poetica e una solidità concettuale ineludibili, ossia la capacità dell'artista di abitare lo spazio della tela con onestà, indipendentemente dalla corrente di riferimento.
Ed ora vi dirò con la stessa onestà intellettuale perché oggi ho deciso di parlare di Marco Vigo, tralasciando le informazioni biografiche che in questo contesto non mi competono e che nulla cambierebbe sulla percezione della sua opera.
La prima volta che mi sono imbattuta in una sua opera ho percepito la sensazione di trovarmi davanti a un paesaggio primordiale, un grembo, una visione sottomarina, con due zone cromatiche prevalenti.
Nella parte inferiore un blu profondo, azzurro e bianco freddo, con addensamenti verticali e sfumature che mai si presentano come un pugno sull'occhio, dando l'idea di acqua che scorre, vapore o ghiaccio che si scioglie.
Appena spostato in basso un ammasso più scuro sembra ancorare alla sezione aurea l'intera composizione.
Nella parte superiore i colori virano verso il beige, l'ocra e le terre bruciate, come una terra emersa, una scogliera e forse anche delle nuvole cariche di polvere.
Il punto focale è una sorta di strappo o meglio di esplosione centrale dove il blu del basso incontra le terre della parte alta.
Qui in questo spazio emergono schizzi e trame più materiche che appaiono come detriti sospesi, quasi rocce.
In tutto questo emergono segni bianchi brillanti che ricordano la schiuma del mare che si infrange, oppure come luce improvvisa che filtra attraverso la nebbia.
Queste sensazioni di paesaggi che non sono paesaggi ma li evocano nell'immaginario del fruitore, creano un'atmosfera generale di grande dinamismo.
Non ci sono linee nette, tutto è sfumato, oserei dire sporco, ma non disordinato è uno sporco "artistico" molto materico.
Per dirla in un altro modo è come se si guardasse dentro un abisso o attraverso una vetrata bagnata dalla pioggia.
Le opere di Marco Vigo mi ricordano i fenomeni naturali non controllati, come le erosioni, il ghiaccio che si rompe o una tempesta che ti offusca la visione ma tu vedi che dietro c'è qualcosa. Comunicano una sensazione di malinconia profonda che è avvolta da una forza vitale molto potente
Ecco a voi le domande che ho rivolto a Marco Vigo e le sue esaurienti risposte:
1.Il primo segno: quando ti trovi davanti a una tela bianca, qual è il tuo primo impulso? Un colore, un movimento del braccio o una emozione specifica?
Prima di stendere il colore di fondo, “preparo” la tela con due o più stesure di gesso liquido misto ad acrilico grigio scuro dopodiché procedo con una stesura con colore scuro, solitamente misto blu di Prussia e terra d’ombra, è solo allora che procedo con la spatola senza un preciso riferimento formale prima mimando istintivamente il gesto di stendere il colore.
2.Il silenzio e il rumore:lavori in totale silenzio o hai bisogno di musica? In che modo l'ambiente sonoro influenza il ritmo delle tue pennellate?
La musica è una componente fondamentale nel mio lavoro, essa mi predispone
mentalmente all’atto creativo; la scelta musicale spazia dalla classica, soprattutto sinfonie
all’ elettronica sperimentale, raramente e solo verso le fasi conclusive del lavoro ascolto
musica più vicina a ritmi rockeggianti.
Gli autori nei quali trovo maggior stimolo ispirativo sono Sibelius, Rachmaninov, Dvořák.
3. Il momento del "distacco": Come capisci che un'opera istintiva è finita? C’è un segnale fisico o emotivo che ti dice di fermarti prima di "sporcare" l’istinto con la ragione?
La conclusione di un’opera non è mai decisiva, scontata, definitiva, a volte anche a distanza
di giorni o mesi mi succede di apportare modifiche che comportano rilevanti cambiamenti
frutto di esperienze e sperimentazioni successive.
Non credo in un’arte “puramente istintiva”, alla gestualità dell’Action Painting per
intenderci, questa, per quanto mi riguarda resta un momento comunque importante
dell’aspetto creativo, si definisce attraverso l’interiorizzazione del soggetto trattato e
precede la fase che chiamo dell’armonia, quella in cui la spontaneità del gesto viene
sostenuta dall’equilibrio formale e cromatico.
4. L'errore non esiste: Nell'arte astratta istintiva, esiste il concetto di "errore"? Se un segno non ti convince, cerchi di correggerlo o lo integri come parte del processo?
Nell’arte informale, con reminiscenze figurative o tratti simbolico espressivi, il concetto di
errore non può trovare spazio se non in ciò di cui sopra, nell’aspetto compositivo, nella
mancanza di armonia e quindi di bellezza, più che di correzione parlerei di integrazione.
5. Corpo e tela: La tua pittura sembra molto fisica. Quanto conta il movimento del corpo rispetto alla precisione della mano?
La fisicità della mia pittura è molto presente nella fase iniziale, nella “bozza” come amo
definirla cioè l’atto della stesura tramite la spatola, spesso di dimensioni notevoli, del bianco
dato molto generosamente su un fondo ancora fresco così da creare un amalgama molto
stimolante per le fasi successive; a tale riguardo faccio presente che tra la preparazione
iniziale della tela e la fine del lavoro impiego circa due mesi dati i tempi lunghi di
asciugatura dell’olio di lino.
6. La scelta dei materiali: Scegli i colori e i pennelli in anticipo o lasci che sia il momento a guidarti verso un barattolo piuttosto che un altro?
All’inizio procedo “improvvisando” con l’uso della spatola, del pennello o di altri mezzi,
solo nella fase successiva seguo un metodo più accademico improntato a velature e ritocchi
vari.
7.Lo stato di "trance": Molti artisti descrivono una perdita della cognizione del tempo mentre dipingono. Ti capita mai di guardare un'opera finita e non ricordare esattamente come l’hai realizzata?
Mi capita spesso di non riuscire a ripercorrere mentalmente tutte le fasi della realizzazione di un dipinto ma una sensazione che vivo spesso e molto intensa è quella di non sentirmi, a opera finita, il vero autore, come se determinate scelte cromatiche e formali avessero eluso la mia coscienza e ne prendessi atto solo a processo ultimato, una sorta di jamais vu.
8. Emozioni scomode:è più facile creare quando sei in pace con te stesso o quando provi rabbia e conflitto?
La mia lunga esperienza pittorica è avvenuta in mille stati d’animo diversi e credo che proprio attraverso quelli più difficili, tormentati e sofferti sia avvenuta la mia maturazione più significativa; la passione per il colore a olio nasce da bambino quando guardavo mio fratello maggiore che purtroppo oggi non è più tra noi,dipingere su tavole di compensato, la magia della creazione tramite il colore di soggetti che alla mia vista si animano di vita propria, l’odore dell’olio di lino, il silenzio interrotto dal quasi impercettibile fruscio del pennello sulla tavoletta sono stati decisivi, più degli studi successivi, compreso il liceo artistico durante il quale non mi è stata data l’occasione di cimentarmi in tale tecnica.
9. Il titolo dell'opera: I titoli dei tuoi quadri nascono prima, durante o dopo la creazione? Servono a guidare lo spettatore o sono solo un’etichetta necessaria?
Il titolo dell’opere è un argomento abbastanza complesso, la sua funzione dovrebbe essere
quella di aiutare il fruitore a identificare, contestualizzare, personalizzare, il soggetto ma anche a decontestualizzare, provocare, interrogare… insomma anche il titolo ha spesso una
funzione che travalica la sua stessa definizione; per quanto mi riguarda è l’opera finita che
mi ispira il titolo, altre volte lo delego a un amico artista e letterato di cui ho un’immensa
stima, il Prof. Nino Cannella.
10. L'interpretazione altrui: Cosa provi quando qualcuno vede nel tuo quadro qualcosa di completamente diverso da ciò che sentivi tu mentre lo creavi? Ti senti compreso o tradito?
Anni fa, agli esordi di una pittura tendenzialmente informale, chiesi un parere a Ermanno
Leinardi, un artista che non ha bisogno di presentazioni, il suo parere e i suoi consigli li
porto ancora oggi scolpiti nella memoria e tra essi vi fu quello di tenere conto solo del
parere delle persone che stimi, credo di aver fatto tesoro di quanto mi fu detto.
E’ naturale che ognuno valuti l’opera in base alla propria sensibilità, alle proprie emozioni,
io posso solo prenderne atto e trarre insegnamento anche da osservazioni critiche o
negative, è pur sempre un’opportunità di crescita.
11. L'astrazione come linguaggio: Perché l'astrazione riesce a comunicare meglio della figurazione per te? Cosa non si può dire con le immagini del mondo reale?
Non definirei il mio linguaggio pittorico astratto, direi più a tratti informale ma spesso
espressionista.
Partendo dal presupposto che anche l’immagine più realistica in pittura è comunque una
finzione, un netto spartiacque tra il figurativo e il non figurativo è poco definibile, a tratti
quasi impercettibile, si pensi al simbolismo, al surrealismo o l'esasperato espressionismo
di Nolde ma anche ad artisti quali Kiefer o Richter, pertanto credo che la comunicazione e
l’espressione in arte sia tanto più efficace quanto più l’artista opera con la massima
spontaneità, sincerità e amore per il soggetto rappresentato e soprattutto quanto più libero
da condizionamenti commerciali.
12. Le influenze invisibili: Anche se non ritrai oggetti reali, quanto la natura o l'architettura urbana influenzano inconsciamente le tue forme?
In realtà il mio lavoro verte sulla realtà più di quanto appaia anche se a prima vista non è
evidente; il mare, le rocce, gli anfratti, la luce a volte accecante non fanno riferimento
diretto a un soggetto reale ma rappresentano la trasposizione sulla tela
dell’interiorizzazione dell’ambiente che mi circonda, questo succede quando si vive
costantemente a contatto con elementi naturali in tutte le loro mutevoli espressioni date dal
movimento, dalla luce o dall’oscurità.
Sono stato a volte criticato negativamente sulla scelta dei soggetti e sulla loro ripetitività e
ho sempre evidenziato come si possa dipingere gli stessi soggetti facendo quadri diversi e
viceversa dipingere soggetti diversi ripetendo stucchevolmente lo stesso cliché.
13. L'evoluzione del caos: Guardando le tue opere di dieci anni fa, riesci a leggere un'evoluzione nel tuo istinto? È diventato più calmo o più turbolento?
Guardando i lavori di dieci o più anni fa trovo un evidente cambiamento nelle tonalità
cromatiche ma soprattutto nell’uso della spatola oggi predominante.
La spatola, soprattutto di grandi dimensioni offre possibilità espressive molto interessanti
ma ho dovuto sperimentarla per anni prima di arrivare a una sufficiente padronanza.
Un altro cambiamento, riferito alle cromie, è l’intensificarsi del terra di Siena, dei verdi
tendenti al blu e di una combinazione che adoro, il terra d’ombra e il blu di Prussia.
Si, credo che ci sia stata un’evoluzione, probabilmente data dal mio atteggiamento mentale
oggi più meditativo, in questo credo mi sia d’aiuto la quotidiana meditazione
14. Il mercato e l'autenticità: Come riesci a mantenere l’istinto puro se devi dare al tuo lavoro un valore di mercato e come ti poni con le aspettative di chi compra?
Rispetto al mercato, alle possibilità di vendita non mi sono mai posto il problema e spero di
non dovermelo mai porre, tornando a quanto detto, credo che uno dei presupposti
fondamentali del fare arte sia la libertà insieme alla spontaneità, alla sincerità e all’amore
per il soggetto, qualità difficilmente compatibili col “mercato dell’arte”.
15. L'Eredità del segno: Se un domani dovessi smettere di usare i colori, quale altro mezzo useresti per esprimere la stessa urgenza interiore?
Ho sempre amato il disegno, non ho mai preso in considerazione un’altra forma espressiva,
da bambino ho amato molto anche la musica grazie a un’ottima insegnante avuta alle
scuole medie, potrei dedicarmi allo studio di uno strumento musicale.
Dopo questo piacevole dialogo con Marco Vigo, sento rafforzata l'idea che mi ero fatta di lui dalla sola osservazione delle sue opere:
Nel panorama artistico attuale, dove spesso il concetto di arte abdica in favore dello spettacolo, l’opera di Marco Vigo si pone come un baluardo di onestà intellettuale e rigore formale. La sua pittura non è una semplice fuga nell'astrazione, ma un’indagine profonda su quella "soglia" dove il mondo fenomenico si dissolve per farsi emozione pura.
Vigo rifiuta l’etichetta di "astratto" tout court, preferendo definirsi un "espressionista informale".
Questa distinzione è fondamentale per comprendere la sua estetica: i suoi quadri non sono assenze, ma presenze dense. L'osservatore, come ho detto in premessa, si trova dinanzi a paesaggi primordiali, visioni sottomarine o squarci di scogliere che non descrivono un luogo geografico, ma un luogo dell'anima.
L’artista abita la tela attraverso un contrasto cromatico magistrale:
le Profondità, i Blu di Prussia e le Terre d'Ombra creano una base ancestrale, un "grembo" cromatico che ancora l'opera a una gravità terrena.
La Luce e l'esplosione, gli squarci di bianco brillante e le terre bruciate nella parte superiore agiscono come una catarsi, un punto di rottura dove la materia sembra ribellarsi alla sua stessa densità.
Un aspetto che eleva il lavoro di Vigo è la sua metodologia quasi liturgica.
Non c'è spazio per l'improvvisazione estemporanea fine a se stessa. L’uso della spatola di grandi dimensioni impone un corpo a corpo con il supporto, una fisicità che però viene mediata da tempi di asciugatura lunghissimi.
Questo tempo obbligato trasforma l'urgenza dell'istinto in una meditazione stratificata. L'opera non è un urlo, ma un respiro profondo e prolungato.
Influenzato dalle architetture sonore di Sibelius e Rachmaninov, Vigo traduce la musica in spessore materico. Le sue opere ricordano i fenomeni naturali non controllati, trasmettendo quella malinconia potente che nasce dalla consapevolezza della nostra piccolezza di fronte all'infinito naturale.
Marco Vigo appartiene a quella rara categoria di artisti che non cercano il consenso del mercato, ma la verità del segno. La sua pittura è "sporca" di vita e di terra, ma governata da un’armonia superiore che trascende il disordine. In un’epoca di immagini volatili, i suoi quadri restano come frammenti di roccia: solidi, enigmatici e profondamente umani.
Antonella Meloni Corsini ( in arte Shikanu')


